Le mie letture

Per andare lontano servono “Sette paia di scarpe”

Ho conosciuto la scrittrice e archeologa Eliana Iorfida, nell’ambito del Premio RAI “La Giara”, uno dei più prestigiosi fra quelli indirizzati ai giovani talenti italiani della scrittura. Eliana è la vincitrice calabrese della seconda edizione del Premio, io, incredibilmente, quella della terza.

Il fisico minuto, gli occhi in cui si mescolano tutte le sfumature dolci e marroni della terra, e un sorriso luminoso che è diventato ancora più intenso quando le hanno chiesto che cosa stesse provando nel vedere il suo libro esposto nelle librerie. Eliana ha risposto di sentirsi come una che stava vivendo una favola, un’esperienza che l’aveva portata ben oltre i confini della fase regionale del Premio, fino a conquistare La Giara d’argento e a pubblicare il suo fortunato romanzo d’esordio con la casa editrice RAI Eri.

“Sette paia di scarpe” è la storia di una ragazza di Beirut, Aidha, che per sfuggire alle atrocità del conflitto israelo – libanese verificatesi nel 2006, intraprende un viaggio che la porterà a rifugiarsi nel villaggio degli sconosciuti nonni materni ma anche a scoprire “verità intricate come le trame degli arazzi siriani”.

Ad attenderla troverà un posto sperduto, “un minuscolo grumo di cotone e fango ai limiti settentrionali della jazeera”, crocevia di arabi, curdi e tribù di seminomadi, controllato da leggi rigide e saldamente ancorate alla tradizione, dove si trasgredisce con niente ma sono ancora vivi il valore dell’appartenenza ai luoghi e alla comunità.

A mano a mano che si procede nella lettura, iniziano a delinearsi i contorni di tutti i personaggi. Una madre venuta a mancare, che ha vissuto un’infanzia “semplice e sfibrante” e che stranamente non ha mai fatto ritorno al suo villaggio. Un fratello maggiore, Nashat, che “per quanto si mostri Gilgamesh nella Foresta dei cedri” è dotato di una “natura fragile, tenuta sotto chiave”, e quello minore, Tahir, troppo piccolo per ricordarsi a pieno della madre se non per la fiaba che lei gli raccontava la sera facendogli scintillare gli occhi, quella del Principe serpente e della sua amata che per ritrovarlo finirà per consumare sette paia di scarpe.

Adoro la descrizione che Eliana fa della prima notte in Siria dei tre fratelli. Quando si ritrovano a dormire all’aperto, su bizzarre piattaforme, “al riparo delle zanzariere che si gonfiavano come vele spiegate”. Mi pare di vederle le stelle che a intermittenza strizzano loro gli occhi, schegge di luce che suggeriscono “l’esistenza di percorsi misteriosi e incomprensibili”, in grado di guidarli “verso rivelazioni inattese, consapevolezze superiori”.

Il dolce soffio dello scirocco, sollevato da una penna che sa sempre verso quale direzione andare, accarezza in maniera pressoché costante personaggi e lettore. Le parole scivolano una dietro l’altra, diventano una musica dal sapore esotico e misterioso, come quella che fa ondeggiare sinuosi serpenti a sonagli dentro ceste di vimini e che modella le dune di sabbia fine e dorata del deserto siriano all’ora del tramonto.

Una penna, quella di Eliana, che scivola leggiadra e che al tempo stesso scava imperterrita dentro di noi con la stessa ostinazione degli archeologi nel tell, per riportare alla luce il reperto più prezioso che c’è, il senso di appartenenza a quell’unico Sud, “primordiale e attualissimo, ospitale e integralista, speziato e spietato” per percorrere il quale è stato bello consumare sette paia di scarpe.

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