Un nome vero o uno spazio, adesso

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Katia Colica è già seduta tra Antonio Calabrò e Daniela Mazzeo quando arrivo nei locali in cui è ospitata la rassegna Calabria d’Autore. Sono un po’ in ritardo, trattenuta anche dal filo odoroso che pervade tutte le stanze e che proviene da tavoli piacevolmente imbanditi, posizionati appena dopo l’ingresso, con cibo e libri che si stringono la mano.

Antonio è rock come al solito, con i suoi spiritosi occhiali rossi, l’arguzia sottile e la poesia che gli scorre inesorabilmente nelle vene e spesso non ce la fa a starsene dentro zitta e buona. Daniela smussa gli spigoli dei discorsi quando si fanno troppo duri con la sua dolcezza, leggendo i passi più belli e intensi del libro di cui si sta parlando, “Lo spazio adesso”, Ottolibri Edizioni, 2015, e Katia fa quello che per uno scrittore credo sia una delle cose più complicate. Spiegare agli altri quello di cui si è scritto e che in parte si è ormai abbandonato, stipato con cura su una cesta adagiata su un fiume che si è ormai staccata dalla riva e sta per raggiungere il mare. Parlare di qualcosa che era tuo e che adesso non lo è più, perché finalmente è diventato di tutti. Parlare dello Spazio. Adesso.

Quattro ore, venti minuti e una manciata di secondi. Questo il tempo che ho impiegato a leggere lo struggente romanzo di Katia. Staccarsi dalle pagine, dopo aver iniziato un libro come questo, è veramente difficile. E in ogni caso, che volete che siano quattro ore, venti minuti e una manciata di secondi, se non una bazzecola, in confronto a trentotto anni?

Trentotto anni sono quelli che hanno diviso Fabrice e Arel, i due protagonisti della storia. Un tempo assurdamente lungo, pieno di momenti che entrambi hanno perduto e che non ritorneranno più. Un tempo crudele, pertanto, se è vero che “di questo è fatta la vita, solo di momenti da non perdere” come diceva Borges.

Sfogliando le pagine inizio a conoscere Fabrice Pasidas, un vecchio rivoluzionario che in nome dei suoi ideali ha ucciso il dittatore Satò e si ritrova a scontare in carcere una condanna di quasi quarant’anni. Dall’altro lato, fuori, ad aspettarlo, sotto le mura del penitenziario, c’è Arel, la sua donna, che ogni sera, dopo il tramonto, consuma la sua cena in corrispondenza della cella dove sta rinchiuso il compagno. Ti pare di vederla con la sua busta di plastica legata a doppio nodo. “La tovaglietta a quadri sulle gambe, il tovagliolo sistemato a parte.”

La vicenda è ambientata a Gerneeye, in Sud America, dove anche se tutto è cambiato, in seguito al gesto di Fabrice, in fondo non è cambiato proprio niente. Una nuova dittatura si sta per instaurare ma a differenza di prima, adesso si usano i mass media per distrarre e tenere buona la gente. Una povertà feroce dilaga e una domanda, altrettanto fastidiosa, sorge spontanea: tutto quel tempo passato dietro le sbarre, quel tempo che ha diviso Arel e Fabrice, è servito a qualcosa?

“In prigione c’è sempre bisogno di credere che quello che hai fatto abbia avuto un senso… Ma adesso di sensi non riusciva a profilarne più.”

Fabrice se lo chiede mentre guarda Arel che è lì, di fronte a lui, e nel frattempo nella sua mente continua a ricamare ideali e a pensare a quanto sia bella quella donna. Si chiede, allora, se quantomeno un ideale basti a giustificare il dolore della separazione, ma non riesce a trovare le risposte.

Quella più lucida, fra i due, sembra essere Arel. È vecchia, stanca, la vita l’ha abituata “a modi sbrigativi e sicuramente poco sentimentali”. Una donna a cui ogni volta che le capitava di sorridere “veniva sempre in mente che, in fondo, al mondo non c’era proprio nulla per il quale valesse la pena di vivere anche un attimo, seppur minuscolo, di felicità.”

Che ci fa, adesso che quell’uomo perduto dietro le sue utopie di lotta, di resistenza è uscito di prigione, adesso che in fondo neppure conosce? Lo fa entrare in casa sua – “Vieni, gli disse lei senza rivolgergli lo sguardo, siamo arrivati. Si era già accorto che lei non lo guardava mai e questo gli causò una specie di dispiacere sottile” – e non le basta sapere che Fabrice l’ha sempre aspettata, tanto quanto lei ha aspettato lui.

“Ti ho aspettata in tutto quel tempo. Ti ho aspettata per ogni momento trascorso lì dentro. E ogni volta che ho aspettato qualcuno ho aspettato te.”

L’ha aspettata per un tempo che non trascorreva mai, che in prigione ragionava per visioni e congetture, e che non si faceva incontrare mai. Un tempo di cui Fabrice ha dovuto farne a meno e che tenta in tutti i modi di capire, adesso che è fuori, “quel tempo ritenuto giusto dal resto del mondo”.

Fabrice e Arel a questo punto devono fare i conti con tutto quello che è rimasto in sospeso. Che succede, dunque, quando il mai sopito idealismo di Fabrice si trova di fronte al nuovo senso pratico di Arel? Che succede quando il cerchio, nonostante abbia disegnato nell’aria linee tortuose, tenta di chiudersi in una forma semplice, finamente regolare?

Arel è come una statua, indurita dalle sofferenze, perché tutta la sua vita “l’aveva sigillata a lui in quella scelta eterna e le aveva negato la possibilità di avere una famiglia dei figli.” Soffre per quella famiglia mancata, per quel figlio che non è mai arrivato e che avrebbe potuto essere l’anello di congiunzione tra lei e Fabrice, che avrebbe potuto ricucire “queste due vite che si siamo ostinati a credere unite.”

Fabrice, dal canto suo, pensa alle catene che gli macellavano i polsi, le risate grasse dei secondini, le violenze subite. “Eppure poteva essere così semplice la prigione, poteva essere un posto fatto di buon senso in cui ci sta qualcuno che ti aiuta a capire, a mettere a fuoco le cose e nulla è ridicolo”. Pensa che Arel non era obbligata ad aspettarlo. O forse sì. Perché è l’amore che obbliga. “Dicono che è l’amore che salva gli uomini, ma a sua insaputa… L’amore ha memoria ed è la memoria stessa che ci rende indietro ciò che abbiamo dato”.

Un amore capace di segnare le esistenze, e che, come diceva Marquez, “diventa più grande e nobile nella calamità”.

E nella calamità Arel sa che l’unica strada percorribile era, forse, l’attesa. “Gli occhi chiusi e le immagini via, a scorrere. Un dolore sordo che non sai spiegare – non potresti – e il respiro a tratti che si spezza, e vorresti parlarne con qualcuno, dire che in fondo non c’è nulla o c’è tutto… Cosa manca in queste vite; cosa c’è di più. Lo spazio resta ferma, sei tu che ti muovi, che ti stritoli la pelle, le ossa. E poi, finalmente, diresti, piangi. Ma è un pianto fragile”.

E non importa se Fabrice la ami ancora come la più bella delle vite che abbia mai sognato e se a volte desideri essere un gatto per rimediare da lei anche solo una carezza. Qualcosa si è rotto, e sarà troppo difficile da riparare.

Dai cocci che il tempo ha disseminato nelle loro vite per trentotto lunghi anni, riemerge una una storia che parla di personaggi fragili, tormentati, delicati, che ti viene voglia di consolare, a cui vorresti dare una pacca sulla spalla o tenerli stretti in un abbraccio, perché sai che con loro la vita è in debito di qualcosa. Perché sai che non sono riusciti ad essere felici e che tutto il resto, di fronte a questa fame di felicità, in fondo non conta.

Una storia che ti pone di fronte a delle domande. “Quanto vale esistere per esserci? E a chi dobbiamo chiedere, per sopravvivere?” E che non avendo la pretesa di mostrare com’è che si ama, ma solo quella di suggerirla, finisce per insegnartela “non è così che si ama? Da lontano”, e per farti capire quanto può durare il non amore, “non ti amo così tanto che, ormai, qualunque cosa tu possa dire o fare, continuerei a non amarti. Per sempre; senza tregua. Per sempre. Per sempre.”

Ho trovato così divertenti le scene dell’intervista TV e così tenere quelle in cui Fabrice va a bussare alla porta di sconosciuti per chiedere quale sia il segreto per costruire una famiglia felice. Ed è stata forte la commozione di fronte all’amore fra Ricardo e Santos e al legame di Anissa e Mernet, un amore che ti fa desiderare di mettere al mondo un figlio “solo per ripetere il miracolo di quello sguardo lì”.

Katia in questo romanzo scrive che nella vita non c’è una verità. Che la verità prende strade diverse e rispetta le opinione di chi le cerca e in fondo la grande difficoltà degli uomini è quella di non riuscire ad accettare che non possa esserci un principio univoco e rivelatore. Che “si impara presto che quello che è vero non ha importanza, la verità non appartiene a noi, la verità non è degli uomini. La verità assume la forma delle nostre ambizioni e se si crede in qualcosa, o peggio, in se stessi, la verità si inventa da sola. E ci credi alla tua versione; sembra lì, a portata di tutti, e non immagineresti che qualcuno ne abbia un’altra, bella e pronta, in tasca.”

Ma una verità io dico che c’è Katia. Il fatto che ci siano “storie così… storie da nulla… che pungono come le briciole sulle lenzuola”. Storie bellissime a cui magari “il mondo non darà un nome vero o uno spazio, adesso” ma che qualcuno come te ha avuto il talento e la forza straordinaria di raccontare.

E allora, siccome non mi rassegno al fatto che il mio viaggio con Fabrice ed Arel sia finito così presto, tento a modo mio di risolvere questa equazione in cui spazio, tempo e amore, inesorabilmente si intrecciano. E lo faccio nell’unico modo che forse mi riesce bene. Scrivere. Perchè nello scambio finale di battute fra Antonio, Katia e Daniela, si dice che che ognuno è libero di scegliere ciò in cui credere. Io ho deciso di credere in questa storia, ho deciso di credere nell’arte e negli artisti come Katia e come Antonio, che in uno spazio infinitamente piccolo, come può essere quello di una vita, sanno creare qualcosa di incredibilmente bello che riesce ad essere di ispirazione per gli altri.

 

 

Chiudi e vai! Viaggi calabresi di un capotreno esistenziale

“Chiudi e vai! Viaggi calabresi di un capotreno esistenziale”

Antonio Calabrò assomiglia proprio tanto alla rassegna da lui ideata e diretta, quella meravigliosa isola felice chiamata Calabria d’autore. La prima volta che ho messo piede nei locali della stazione ferroviaria che ospitano la rassegna, ho capito subito che in pentola bolliva qualcosa di speciale. E non mi riferisco soltanto alla pasta che viene offerta insieme al vino ai partecipanti, dopo le presentazioni dei libri. Calabria d’autore è uno spazio familiare, uno di quelli che vedi per la prima volta eppure è come se lo conoscessi da sempre. Se ti porti dentro quella strana malattia che ha a che fare con i libri e la scrittura, posti come questo possono e devono essere la cura.

Una sera mi trovavo lì per la presentazione del romanzo di Gioacchino Criaco, Il Saltozoppo. Una serata memorabile, ora che ci penso. Certo, Gioacchino con la sua generosità ha contribuito non poco a renderla speciale, soprattutto quando ha detto davanti a tutti che ero l’autrice di un libro bellissimo (sì, l’ha definito così, o forse me lo sono immaginato? Eppure l’ha ripetuto anche dopo, davanti ad Aldo Varano, il direttore di ZoomSud, che ha chiesto: «E noi una così brava, di Reggio, che vince i Premi, che facciamo, non l’agganciamo?» E Gioacchino, smanioso di andare fuori a fumare, dopo decine di minuti trascorsi a firmare autografi, ma sempre estremamente cordiale, ha risposto: «Certo che la dobbiamo agganciare») ma la vera rivelazione della serata per me è stata Antonio.

Antonio è un capitano, tanto che spesso ai suoi pensieri su Facebook mette un punto esclamativo che recita Soy capitan. Lo immagino come il suo marchio di fabbrica, una specie di firma alla Zorro. E gli calza a pennello, forse anche più della divisa che indossa quando è a lavoro. Capotreno, scrittore, giornalista, conduttore radiofonico. Credo che a Reggio siano in pochi quelli poliedrici e versatili come lui. Un vulcano di idee e di simpatia, capace con le sue parole di toccarti nel profondo quando inizia a parlare di libri e di scrittura.

E a proposito di libri, mentre sfogliavo “Chiudi e vai! Viaggi calabresi di un capotreno esistenziale” (Disoblio Edizioni), non sapevo bene cosa aspettarmi. In realtà, visti i molteplici interessi dell’autore, mi aspettavo di tutto. E in questo libro, in effetti, c’è tutto. Ci sono le emozioni vere, quelle forti, che sanno come farti contorcere le budella. E poi c’è la bellezza di alcune descrizioni che solo a un poeta sarebbero potute riuscire. Ma soprattutto c’è una cosa che appare lampante praticamente in ogni pagina. Ed è l’umanità di cui è intriso fino nel midollo tutto quanto il libro. Un libro che fa emozionare, sorridere, piangere, pensare. Un libro che ha pagine che profumano di pane buono, onesto, e ha il sapore di quella cosa speciale chiamata dignità.

Quella di chi si sveglia all’alba, “attrezzato di tutto punto, bandiera verde stretta in pugno con la mano sinistra, fischietto al collo, chiave tripla nella mano destra”, che si trascina dietro il suo trolley, infagottato in una divisa che sembra d’altri tempi. Un Capotreno che cerca di dare un senso all’esistenza, che vaga di stazione in stazione come ha vagato nella vita, in compagnia della sua fidata lanterna.

E allora stacco il biglietto e parto per questo viaggio che mi fa vedere la notte trasformarsi in mattina al di là del finestrino e resto assorta di fronte a un paesaggio che muta minuto dopo minuto. Sono a bordo di un treno che viaggia in tutte le stagioni, attraversa giorni freddi che, anche se sono più corti, in realtà finiscono per essere i più lenti nello scorrere. E giornate di un caldo che stordisce, rendendo l’asfalto tenero come plastilina.

Il mio capitolo preferito si intitola “Alba sullo Jonio” perchè “quell’amore atavico” e “quel senso di appartenenza”, quel “sentire di averci vissuto mille anni sulla sponda di un mare azzurro come il confine del mondo”, sono anche i miei. Si sente suonare una canzone antica quanto la Calabria, la nostra terra, “che ci rallegra di ogni cosa e ti colma dell’infantile gioia di sentirti vivo.”

Le stupende descrizioni del mare e del cielo di Capo Spartivento, con il suo faro, si amalgamano armoniosamente con pagine che traboccano di desiderio di giustizia, di tolleranza, di comprensione del prossimo, di desiderio di sottrarre quante più persone possibili alla sofferenza e alla miseria.

Bellissima la galleria di personaggi che affollano i vagoni del treno nella sua filastrocca di fermate. Personaggi variegati, ognuno con il suo carico di problemi e il suo ventaglio di manie. Gente semplice e umile, il più delle volte. Ma anche tanti prepotenti, tante anime nere, adepti di quella falsa religione chiamata ‘ndrangheta. “Sono pochi, ma trascinano. Sono identificabili ma impuniti.”

E d’improvviso la Calabria, come la luna, ti mostra l’altra faccia. Quella che tutte le persone per bene non vorrebbero mai vedere. Quella di una terra a cui ali di pipistrello impediscono di volare.

Lo Jonio, così bello e salvifico, giusto un attimo prima, adesso diventa blasfemo, con le sue file di case non rifinite che deturpano un paesaggio da sogno e che rende inquieti “come la mosca che avverte la presenza del ragno”. E non si può non condividere lo sdegno dello scrittore, “lo sgomento di fronte alla sovrumana ingiustizia di un mondo costruito a misura di potente”.

Aggressioni, incontri costanti e, per certi versi, affascinanti con la follia e con la solitudine, una selva di uomini feriti che costringono anche l’autore a fare i conti con il dolore. Ci può essere di tutto su un treno. Basta avere la forza di ricordare il segreto dell’eterna gioventù: meravigliarsi di fronte al bello e sbigottirsi indignandosi di fronte all’orrore.

Ci vuole poco, il tempo di sfogliare qualche altra pagina e il treno si mostra un luogo di ricordi, di appuntamenti, con il suo romanticismo navigato. E insieme ai passeggeri, sfilano sotto agli occhi del lettore, i peones della rotaia, i colleghi di Antonio, ognuno identificato con un simpatico quanto opportuno soprannome. Si ride per una loro battuta e poi ci si intenerisce per quel bacio dato dallo scrittore alla moglie, “senza la volontà di svegliarla”.

Il treno avanza, esce dalla galleria di Capo Zefiro, incontra lo stormo di corvi che attraversa la sua traiettoria e il mare diventa una macchina del tempo, proiettando sulla parete dell’orizzonte vele greche di antica e pregevole fattura.

E c’è spazio anche per un confronto, quello con il padre dell’autore, in quel punto del libro, piccolo eppure immenso, che forse mi ha emozionato di più. Perché capisco che la dedica “A mio padre” è molto più profonda di quanto si possa pensare. Un padre lavoratore, Capotreno anche lui, con il suo fischietto, una piccola fisarmonica e la sua lanterna triste. Un padre che con il suo esempio ti insegna che una sola goccia di sudore dei lavoratori è più importante di tutte le opere d’arte del mondo. Anche se all’inizio non lo vuoi ascoltare, perché ti senti in grado di poter cambiare il mondo. Un padre a cui il senso pratico impedisce di assecondare da subito il talento artistico del figlio. Ma questa voglia di raccontare le cose, di coniugare il sacrificio della vita vera con quello richiesto dalla scrittura, questa piccola voglia, così sincera, così ostinata e così bella, è questa la forza vera del tuo talento, caro Antonio.

Lo stesso che ti ha permesso di scrivere un libro meraviglioso, pieno di quella voglia incommensurabile di felicità, quella che ti fa restare sempre giovane, indignato di fronte all’ingiustizia ed incantato di fronte alla bellezza. Un libro permeato di quella sensazione di appartenenza al mondo che ogni volta ricomincia da zero. Un libro che ci ricorda l’opportunità, anzi, l’obbligo di essere felici, in questa vita effimera e alle volte così piena di ingiustizie. Un libro che ci fa capire che l’importante non è tanto dove si va, ma come hai deciso di porti nei confronti di questo viaggio difficile e assurdamente bello che è la vita.

E allora chiudi e vai. In libreria. A comprare un’altra copia di questo libro, per regalarlo a qualcuno che ami.

Viola & Otto sono in libreria!

Ecco la lista delle librerie in cui potrete acquistare il mio nuovo romanzo, “La convergenza artica”, (Leonida Edizioni, 2015).

L’elenco è in continuo aggiornamento e si arricchisce ogni giorno di nuove librerie e città! Non perdetevi la storia vincitrice del Premio Letterario Internazionale Gaetano Cingari. Viola, Otto, e l’affascinante manoscritto Voynich vi aspettano.

Libreria Nuova AVE, Corso Garibaldi, Reggio Calabria

Libreria Edicola Buda, Interno Stazione Centrale, Reggio Calabria

Libreria Mondadori, Centro Commerciale Porto Bolaro, Reggio Calabria

Libreria Amaddeo, Via Giuseppe De Nava, 110/116, Reggio Calabria

Cartolibreria Gallico, (RC)

Libreria interna Leonida Edizioni e Art Academy di Gallico, (RC)

Libreria Ubik, Via Galliano 4, Cosenza

Libreria Ubik Catanzaro Lido, Via del Progresso 2, Catanzaro Lido (CZ)

Libreria di Delianuova, Via Umberto I, Delianuova, (RC)

Libreria Debora Sbarra, Piazza Zaleuco 10, Marina di Gioiosa, (RC)

Centro Scambio d’Autore, Centro direzionale Trento sud 14, Trento

Libreria Mondadori, Via Carabba 51, L’Aquila

Libreria Umanistica, C.so Verona, 135/F, Rovereto (TN)

Libreria Fernandez s.r.l., Via Mazzini, 87, Viterbo

Librerie commissionarie:

BOL – Divisione Mondolibri, Via Lampedusa, 13, Milano – Tel. 02.847021 – fax 02.89546629 – <bustobus@bol.it> – <http://www.bol.it>

Casalini libri, Via Benedetto da Maiano, 3, 50014 Fiesole (FI) – Tel. 055.50181 – fax 055.5018201 – <gen@casalini.it>  -<http://www.casalini.it> – <http://www.casalini.it/artbooks/>

DEA, Diffusione Edizioni Anglo-americane, Via Pietro Boccanelli, 27, Roma – Tel. 06.852121 – fax 06.8543228 – <deanet@deanet.it> – <http://www.deanet.it> – <http://www.deastore.com>

Licosa, Libreria Sansoni, Via Duca di Calabria 1/1, 50125 Firenze, Tel. 055.64831 – fax 055.641257

Vi ricordo inoltre che il romanzo può essere ordinato presso tutte le librerie italiane, anche quelle non comprese nell’elenco, e acquistato presso qualsiasi libreria online: Unilibro, IBS, Webster, Libreria Universitaria, Wuz.